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Vetri in Zaffiro?… Xiaomi ci sta pensando!

Se vi dovessi chiedere secondo voi chi sta realizzando uno smartphone con vetro zaffiro? Apple? Forse. Un’altra società che sta cercando di realizzare uno smartphone con vetro zaffiro è Xiaomi. Questa società cinese sarebbe in trattativa con fornitori per riuscire a fare propri 50.000 schermi da utilizzare su un nuovo dispositivo mobile di fascia alta. Potrebbe trattarsi di una versione Premium dell’attuale MI4. Questo dispositivo potrebbe essere aggiornato anche con processore Qualcomm Snapdragon 805.

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Al momento l’unico dispositivo che equipaggia un vetro zaffiro è il Kyocera Brigadiere, device offerto negli Stati Uniti da Verizon Wireless.

 

MIPAD 50.000 tablet in soli quattro minuti

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Xiaomi continua ad impressionare pubblico e concorrenza rilasciando dati sulla vendita dei suoi prodotti, il produttore cinese conta infatti su numeri da capogiro per il primo semestre dell’anno con ben 26 milioni di smartphone già distribuiti. Ma il loro successo passa anche per il mondo tablet, nei giorni scorsi è stato infatti commercializzato il MiPad, device che vanta una certa somiglianza con l’Apple iPad Mini grazie anche al form factor (display da 7.9 pollici con risouzione di 2048 x 1536 pixel).

Il MiPad ha infranto parecchi record dopo l’apertura delle vendite, secondo Xiaomi ne sono state vendute ben 50.000 unità in soli 3 minuti e 59 secondi. Un dato spaventoso relativo come ovvio alla sola Cina, unico paese dove il tablet Android è al momento disponibile ad un prezzo variabile compreso tra 177.5€ (versione da 16GB) e 201€ (variante da 64GB), in entrambi i casi lo spazio di archiviazione è comunque espandibile tramite microSD. Da apprezzare una differenza minima tra il taglio più piccolo da 16GB e quello più ampio da 64GB, solitamente le case produttrici giocano molto su questo aspetto pur di alzare (anche di molto) il tiro delle versioni top gamma.

Per quanto riguarda la configurazione hardware ricordiamo che lo Xiaomi MiPad è uno dei primi ad integrare il chip NVIDIA Tegra K1, quad-core a 2.2GHz affiancato da 2GB di memoria RAM, batteria da 6700mAh e doppia fotocamera (frontale da 5Mp e posteriore da 8Mp). Nessuna indiscrezione, purtroppo, sull’eventuale vendita oltre confine di questo dispositivo, ma nulla esclude un’apertura nei prossimi mesi.

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Smartphone large-screen, le vendite continuano a salire

Gli smartphone con schermo di almeno 5 pollici aumentano del 369% nel primo trimestre del 2014. Samsung predomina ed Apple rimane in attesa. I dati della società di ricerca Canalys

 

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Nel primo trimestre 2014 le vendite sono di  280 milioni di smartphone al mondo, con un aumento del 29% rispetto all’anno precedente. La maggior parte (per adesso) di questi dispositivi equipaggia Android con l81%, il 16% iOS, e il 3% Windows Phone.  L’interesse dei consumatori per i dispositivi con schermi di dimensioni maggiori si intensifica, il che si traduce in un incremento del 369% nelle vendite di smartphone con display di almeno 5 pollici, che rappresentano un terzo delle vendite totali. Ad analizzare questo fenomeno è la società di ricerca Canalys.

La fascia alta del mercato sembra quindi guardare senza esitazioni verso gli schermi di grandi dimensioni,  in cui domina Samsung, che ha il 44% di quota nel comparto oltre i 5 pollici, e il  53% di quelli oltre i 5,5 pollici, sottolinea Jessica Kwee, analista di Canalys. «Diversi rivali però, a partire da Lenovo, Huawei, LG e Sony, stanno rapidamente adeguando la loro offerta».

In questo segmento – valutato molto interessante anche sul fronte dei profitti – è totalmente assente, (temporaneamente), Apple. Infatti  il 47% dei smartphone con prezzo di listino pari a 500 dollari è appunto costituito da modelli con almeno 5″ di schermo, mentre del restante 53%, agli iPhone spetta l’87%. Secondo Kwee, «Apple non può più prescindere dalla produzione di smartphone large-screen per rimanere competitiva, e deve muoversi per farlo sin dai prossimi mesi».

La Cina regna su tutto il mercato degli smartphone

Dall’analisi di Canalys risulta prepotentemente anche un altro dato interessante. Il mercato più imponente del mondo per gli smartphone è ormai la Cina, dove sono stati venduti 97,5 milioni di dispositivi nei primi tre mesi del 2014. «Il mercato cinese è quello interessato dai maggiori cambiamenti e sta cambiando velocemente, con gli smartphone che rappresentano il 93% dei mobile phone venduti», ha dichiarato Nicole Peng, Research Director di Canalys per la Cina. «La diffusione del 4G garantisce per tutto il corso dell’anno il supporto a questa crescita, fortemente aiutata dal contributo di China Mobile».  La forza di Samsung trova conferma, con una quota del 18% nella nazione dove si trovano cinque dei primi dieci produttori mondiali. Inoltre, nella top 10 di Canalys ben 5 sono cinesi: Huawei che è al 3° posto nel mondo, seguito da Lenovo al 4°, Xiaomi al 6°, Yulong all’8° e Zte al 9°.

 

 

Google supera Apple: è il marchio con più valore al mondo

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Google scavalca Apple e sale in vetta alla classifica dei 100 marchi che hanno più valore al mondo. È quanto emerge dalle anticipazioni di BrandZ Top 100 Most Valuable Global Brand, la graduatoria che sarà pubblicata domani stilata da Milliward Brown, un’agenzia specializzata in pubblicità e comunicazione che ogni anno misura il valore economico e le performance delle aziende. Un valore che non guarda solo alle vendite, ma che si basa anche su altri fattori, come la fedeltà dei clienti al brand.
Stando alla BrandZ Top 100, il colosso di Mountain View, California, si aggiudica la vittoria grazie a un valore stimato di circa 159 miliardi di dollari (cresciuto del 40% rispetto all’anno precedente), contro i 147 del gruppo fondato da Steve Jobs che negli ultimi 12 mesi ha segnato un calo del 20%, perdendo così il primato che aveva da tre anni. Il terzo posto se lo aggiudica Ibm con quasi 108 miliardi di dollari, seguita da Microsoft valutata “solo” 90 miliardi. Nella top ten, anche McDonald’s (-5%), Coca-Cola (+3%), Visa (+41%), AT&T (+3%), Marlboro (-3%) e Amazon (+41%).

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Alla fine di marzo. ”E’ ragionevole prevede che Google avrà bisogno di 20-30 miliardi di dollari per finanziare potenziali acquisizioni di target stranieri dal 2013 in poi. Prevediamo che useremo sostanzialmente” le riserve offshore per acquisizioni spiega la società.

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Huawei Ascend P7, sfida a Samsung e Apple: presentato lo smartphone di alta gamma a basso prezzo

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PARIGI – Un nuovo smartphone di alta gamma, anche se costerà 399 euro. Potrebbe bastare questo per riassumere la filosofia di Huawei, colosso cinese di tecnologia, che da

qualche anno è entrata nell’olimpo delle maggiori aziende del pianeta grazie al low-cost. La nuova creatura si chiama Ascend P7, ed è l’evoluzione del precedente Ascend P6.

Il maxi-evento organizzato da Huawei a Parigi per presentare il dispositivo alla stampa internazionale lo dimostra chiaramente: la lista dei competitor nel mercato degli smartphone si è definitivamente ampliata. E non solo perché l’azienda cinese, ormai la terza nel mondo e la quinta in Italia, ha presentato un nuovo gioiellino che in quanto a caratteristiche tecniche e a innovazione darà del filo da torcere ai concorrenti più agguerriti, ma anche perché stavolta quelli di Huawei hanno deciso di affrontare a viso aperto i due colossi per eccellenza: Apple e Samsung.

NON PIÙ SELFIE, MA “GROUFIE”
Sottile appena 6,5 millimetri, Ascend P7, che arriverà in Italia a fine maggio, punta molto sul design e sulla leggerezza. Ma il suo vero punto di forza, oltre al prezzo, è la fotocamera. Quella frontale ha ben 8 megapixel (basti pensare che l’iPhone 5S ne ha 1,2 e il Samsung Galaxy S5 ne ha 2), mentre quella posteriore 13. Si potrebbe dire che Ascend P7 è lo smartphone perfetto per fare i selfie. O anzi meglio, i “groufies”. Proprio così, perché Huawei ha deciso non solo di cavalcare una moda, ma di rivoluzionarla, tanto da inventare un nuovo termine. La camera frontale di Ascend P7 permette di scattare foto panoramiche, così che il selfie possa diventare “di gruppo”. Groufie, appunto. Inoltre per scattare una foto sono necessari 1.2 secondi: quando il display è spento, basta premere due volte il pulsante del volume per attivare la fotocamera e scattare.

Ma non finisce qui: Ascend P7 ha anche una funzione “specchio” talmente realistica che se ci si soffia sopra lo schermo si appanna (una funzione sfiziosa ma piuttosto inutile).

Ascend P7 monta Android 4.4.2. Ha uno slot dual sim, ma quest’ultima caratteristica non sarà sfruttabile in Italia. Forse è anche per questo che il device nel Bel Paese costerà 399 euro mentre altrove sarà commercializzato a 449 euro. Ha anche uno slot per la MicroSd. La batteria, dice lo staff di Huawei, dura due giorni, e con il 10 per cento di carica rimasta il device garantisce 24 ore di stand by.

Insomma, il motto “Siamo delle giovani tigri”, più volte ripetuto sul palco della Maison de la Mutualité come un mantra, sembra descrivere bene le intenzioni dell’azienda cinese leader del low-cost. Il riferimento è infatti a un animale nobile e particolarmente considerato in Oriente. Certo che il culto di sé stessi, che la moda del selfie esalta in maniera assoluta, è quanto di più occidentale possa esserci. In pratica: filosofia orientale ed estetica occidentale. Un mix che potrebbe portare Huawei lontano.

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Italian Connection

Chi l’ha detto che per vendere milioni di smartphone bisogna essere colossi come Samsung o Apple? Ci sono piccole grandi aziende italiane che stanno conquistando il mercato. Con strategie aggressive e idee geniali

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Davide contro Golia. L’agilità, la scaltrezza, la capacità di improvvisare e di cogliere il momento giusto contro la forza allo stato puro. L’esito non è sempre lo stesso di 3000 anni fa, eppure capita spesso che i Davide la spuntino sui Golia. Capita perfino nel mondo ultra globalizzato della tecnologia, dove la forza si misura nella capacità di innovazione, nel marketing, nella comunicazione e nella logistica su scala planetaria. Budget miliardari per azzannare il mercato e sbranare i competitor. Ci sono dei Davide anche qui. E queste sono le loro storie: italiani che hanno sfidato i giganti della tecnologia mondiale. Vincendo la loro scommessa.

Ovvio, di fronte ad Apple, Samsung, Nokia e Lg, nomi come Nodis, Ekoore e Stonex dicono ben poco. Eppure, intorno all’oggetto culto di inizio millennio, lo smartphone, queste realtà stanno costruendo piccole fortune. I fatturati sono ancora bassi, come i prezzi dei loro telefoni, ma decisamente interessanti, dal momento che la maggior parte è sul mercato da pochi mesi.

 

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L’esperienza più solida è quella di Ngm, che è nata sei anni fa. Negli ultimi due la società di Stefano Nesi, quartier generale a Ponticelli di Santa Maria a Monte, poco lontano da Pisa, ha macinato 100 milioni di euro di fatturato, vendendo 1,5 milioni di telefonini in 5000 punti vendita. Un risultato eccezionale che vale a Ngm il quarto posto assoluto nella classifica degli smartphone più venduti nel nostro paese (senza operatori) che diventa addirittura il primo tra i dual sim, con una quota di mercato intorno al 30%.

Proprio nella tecnologia dual sim c’è l’intuizione che ha spianato la strada: la passione tutta italiana per il doppio numero in un unico telefono. Una caratteristica a lungo snobbata dai marchi più affermati, più sensibili alle strategie degli operatori che non alle preferenze di un segmento di mercato. Tutti gli smartphone italiani utilizzano la tecnologia dual stand by. Significa che entrambe le sim sono attive ma se ne può usare soltanto una alla volta, sia per il traffico voce sia per quello dati. “Per la tecnologia full active ci vorrebbero due moduli ricetrasmittenti: più peso, volume e costi”, spiega Stefano Nesi di Ngm. “Qualche tempo fa i nostri ingegneri sono riusciti a mettere a punto un sistema con due antenne e un solo modulo. Ma i test hanno evidenziato un aumento eccessivo delle radiazioni. Per ora, quindi, abbiamo accantonato il progetto“.

 

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Con oltre 200 persone in organico, tra dipendenti e collaboratori, l’azienda di Nesi è ormai una realtà internazionale: i suoi prodotti sono presenti in Svizzera, Croazia, Norvegia, Danimarca e Inghilterra. Ngm ha costruito la sua fortuna grazie ad alcune diavolerie in grado di cambiare il nome del chiamante, occultare contatti, foto e video, programmare l’invio di sms e perfino inserire dei finti rumori di sottofondo nella telefonata. Insomma, il paradiso di chi ha esigenze di privacy decisamente particolari. E magari una doppia vita, oltre che una doppia sim. Sulla strada maestra dei servizi, Ngm continua a lavorare: “Usiamo il sistema operativo Android ma quello che c’è sui nostri telefoni è una versione personalizzata“. Il periodo difficile di inizio 2012, quando il boom degli smartphone prese un po’ in contropiede il management dell’azienda, sembra ormai alle spalle. Per ripartire è stata fondamentale la partnership con Gionee, una società cinese con base a Shenzhen. “Noi ci mettiamo il design e offriamo supporto nella progettazione, loro componenti e assemblaggio. Abbiamo l’esclusiva per l’Europa mentre Gionee è libera di venderli sul mercato asiatico. Solo in Cina, un milione e mezzo di pezzi al mese“. Nel futuro dell’azienda toscana ci sono un tablet, uno smartwatch e un nuovo telefono con processore superpotente. Nesi non lo dice, ma potrebbe essere il famoso chip 8-core di cui si parla da un po’ di tempo. Quando arriverà, probabilmente, Ngm avrà la sua nuova sede: un’avveniristica struttura in acciaio e vetro, con due ali laterali e una grande vela, con bar, ristorante, palestra e zona relax.

Dalla Toscana ci trasferiamo a Cinisello Balsamo, periferia nord di Milano. Da qui, nelle giornate di sole, si intravedono le montagne, ma la vista dagli uffici della Nodis, che dichiara 7 milioni di fatturato con una decina di persone in organico, al terzo piano di un’anonima palazzina affacciata sullo stradone che porta in Brianza, è decisamente meno piacevole. L’ha fondata Enrico Mari, trent’anni di esperienza commerciale di cui cinque come distributore italiano di Nokia. Mari è un vulcano di idee, un gran fumatore e, soprattutto, un vecchio volpone della grande distribuzione. Fuori dal suo ufficio, pile di cataloghi e campioni di prodotti.

A 48 anni mi sono detto: non posso mica fare l’agente per tutta la vita“, racconta mentre aspira una sigaretta. “Così, visto che il nome della società era già abbastanza noto nel circuito della distribuzione di prodotti elettrici, ho deciso di trasformarlo in un brand. Non avevo grandi budget, così sono partito con degli auricolari bluetooth, 24 modelli colorati, disegnati da Andy dei Bluvertigo“. Il colpo di fortuna arriva da un mini spot televisivo: c’è un ragazzo seminudo legato al letto che, minacciato da una cicciona armata di frustino e cattive intenzioni, chiede aiuto al padre usando l’auricolare Nodis. Il volto del modello, con la barba e i capelli lunghi, richiama inequivocabilmente quello del Cristo. Lo spot dura appena cinque secondi, sufficienti a Nodis per fare il giro del mondo. Risultato: Mari vende 60mila auricolari. Per cavalcare l’onda del successo prova a partire “con quattro cellularini”, comprati in Cina e marchiati Nodis. In sei mesi ne vende 70mila. Rilancia: aumenta l’offerta e, nel giro di un anno, le vendite triplicano. Allora decide di lanciarsi nella mischia degli smartphone: “Ne ho presi 5000 e li ho fulminati in meno di un mese. Ho riprovato con 20mila: via anche quelli. Morale della favola: dopo pochi mesi Nodis arriva al 2,7% nel mercato degli smartphone dual sim. Secondo me, in breve, saliremo tra il 5 e il 7%. Davanti a un gigante come Huawei, tanto per fare un nome“. Eccolo qui, un altro Davide che vince la sua battaglia contro Golia. Oggi, insieme agli smartphone, il catalogo prevede anche tablet, orologi, radiosveglie con proiettore incorporato, altoparlanti, cuffie (“quelle con lo slot per la scheda micro sd ce le ha anche il calciatore dell’Inter, Diego Milito”), ma anche aspirapolvere, macchine del caffè e microonde. Mancano fotocamere, frigoriferi e climatizzatori e poi l’offerta sarà vicina a quella di Samsung.

 

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La strategia di Nodis, tutta votata all’hardware, rappresenta una scelta quasi isolata nel panorama italiano. Per la maggior parte delle aziende, infatti, è il software la chiave del successo e l’offerta di servizi esclusivi è un passaggio obbligato verso la conquista del mercato. Siamo a Orte di Atella, provincia di Caserta. Qui ha sede Ekoore che, prima di trasformarsi in un brand di telefonia, offriva tablet professionali con sistema operativo Ubuntu. “I nostri prodotti hanno riscontrato da subito un certo successo”, ricorda Massimo Ferrara, 28 anni, marketing manager con una laurea in informatica, specializzato nella programmazione di sistemi operativi. “Offrivamo una personalizzazione totale, sia hardware sia software. I nostri tablet si potevano configurare con sistema operativo Linux o Windows. Oppure entrambi, con l’opzione dual boot“. Il boom di Android è una grande occasione e, nel 2011, Ekoore sbarca nella dimensione consumer con un tablet. Due anni più tardi è la volta dello smartphone. “I nostri numeri sono così bassi che non possiamo permetterci un contratto di fornitura standard, ecco perché abbiamo trovato un accordo di collaborazione con un partner cinese. Lui seleziona i componenti e cura la fase di assemblaggio, noi mettiamo il progetto e la supervisione sulla qualità. Alla fine Ekoore ha l’esclusiva sul prodotto solo per l’Italia. Ovviamente questa esclusiva a metà ci viene riconosciuta sotto forma di sconto. E così riusciamo a contenere ulteriormente i costi”. Il risultato di tutto ciò si chiama Ocean X, solido processore quad core e display con tecnologia Ips, peccato sia così plasticoso che sembra di maneggiare un giocattolino. Il team di sviluppo di Ekoore, composto da sei persone, si occupa principalmente di rendere più stabile il sistema operativo. L’ultima novità, che la dice lunga sulla capacità di cogliere l’attimo dell’azienda, si chiama Go Watch ed è un orologio smart da usare in coppia con un qualsiasi smartphone Android.

Nel giovane mercato degli smartphone c’è anche un’azienda storica della telefonia italiana, l’ha fondata Lorenzo Brondi. Nel 1935. Qualche anno fa lo slogan di una sua campagna pubblicitaria sollevò qualche ironia (alzi la mano chi non si è fatto due risate leggendo “Brondi, chi parla?”) ma colse nel segno dando visibilità a un marchio che può vantare innovazioni epocali. Per esempio, nel 1969, negli stabilimenti Brondi di Settimo Torinese è stata sviluppata la prima segreteria telefonica. E vent’anni più tardi Bronditel 1, il primo cordless omologato in Italia. Poi è la volta di Sirio, icona della telefonia fissa italiana per quasi un decennio. Ma la creazione più prestigiosa è il telefono Enorme, prodotto tra il 1986 e il 1994: lo disegna Ettore Sottsass e, oggi, fa parte della collezione permanente del MoMA di New York. La storia, però, non basta per stare sul mercato e Brondi ha dovuto cercare fortuna nella tecnologia mobile. “I primi telefonini sono del 2010″, racconta Vincenzo Stani, direttore commerciale di Brondi con un passato in Samsung. “Una linea dedicata agli anziani, con tasti grandi, funzioni all’osso e display ben visibile. Un settore di cui siamo subito diventati leader di mercato. Poi alcuni modelli fashion, pensati per i più giovani. Due anni più tardi arriva il primo smartphone e, a marzo 2013, la gamma si completa con prodotti di ogni fascia, da 99 a 299 euro“. I numeri del passato sono ovviamente irripetibili, ma nel giro di tre anni Brondi emerge: il marchio torinese vale il 15% del settore dual sim, l’11% considerando solo gli smartphone. In questa categoria il capostipite è il Caesar a cui manca la risoluzione full hd dello schermo e, soprattutto, farebbe bene una cura dimagrante: pesa quasi il doppio dei suoi colleghi (215 grammi). Il prossimo passo sarà un’ampia linea di accessori.

Lissone, a due passi dall’autodromo di Monza, è l’ultima tappa del nostro giro d’Italia. In una tranquilla viuzza di un quartiere residenziale si trova la Stonex di Davide Erba, classe 1980. Dichiara 25 milioni di euro di fatturato, con una prospettiva di crescita del 100% nel 2014. Il mercato principale di Stonex è la progettazione e la produzione di strumenti topografici di alta precisione – il nome deriva da stone, pietra in inglese, il più antico strumento di misurazione – per i quali la società di Lissone è apprezzata in tutto il mondo. E pensare che io sono finito a Desio e Muggiò prima di arrivare a Lissone, tradito proprio dal gps dello smartphone made in Stonex. “Ci siamo fatti le ossa su Android quando abbiamo deciso di sfruttare il sistema operativo di Google per i controller dei nostri strumenti“, racconta Erba. “A quel punto avevamo un know how notevole e abbiamo pensato di riversarlo nel settore degli smartphone, che offre grandi opportunità. In meno di un anno abbiamo già rilasciato cinque aggiornamenti e, a breve, sarà disponibile il nostro Stonex Os, un’interfaccia personalizzata con funzioni esclusive, tra cui la possibilità di rispondere a una chiamata scuotendo il telefono, scattare una foto passando una mano davanti allo schermo o prendere appunti durante una conversazione“.

Preso dalla foga delle spiegazioni, Davide usa il termine ferro per riferirsi al telefono: “Ci arrivano dalla Cina con la versione standard del sistema operativo, qui abbiamo i server con il nostro firmware e gli altri aggiornamenti che carichiamo su tutti i pezzi. A noi interessa poco “il ferro”, vogliamo dare una continuità nel tempo ai nostri prodotti, allungargli la vita il più possibile. Infatti hanno tutti le stesse funzioni, a prescindere dal modello“. Sembra un po’ la filosofia di Apple ma Davide non gradisce l’accostamento. Lui non ama i mondi chiusi: “Anche nel campo degli strumenti di misurazione mi sono sempre battuto per un sistema aperto. Faccio un esempio: alcuni dei nostri rivali fanno grandi investimenti affinché i dati rilevati dai loro strumenti possano essere elaborati solo dai loro software. Noi facciamo esattamente il contrario: investiamo perché i nostri strumenti siano in grado di offrire informazioni processabili dal maggior numero di software. E faremo la stessa cosa anche con il nostro store che lanceremo sotto forma di app: sarà disponibile per tutti gli smartphone Android“.

Poco più che ventenne Davide Erba ha lasciato l’università, dove studiava lettere moderne, per fare il consulente commerciale per un’azienda cinese di strumenti di misurazione. In Cina è rimasto per otto anni, prima di fondare la Stonex nel 2010. “Fossi andato in Svizzera, a 50 chilometri di distanza da qui, avrei un’azienda che cresce al doppio della velocità. Sono orgoglioso di essere rimasto qui, anche se è penoso vedere quant’è bloccato questo paese“, mi confessa mentre scendiamo nei laboratori dell’azienda. Qui mi mostra il nuovissimo laser scanner X300, progettato e assemblato interamente in casa. Una “macchinetta del caffè” che riesce a riprodurre in 3D e georeferenziare il mondo. “Si tratta di una specie di Google Earth, solo che in questo caso il 3D è reale. Questo significa, per esempio, che da qualsiasi parte del mondo si può conoscere quanto è larga una strada a Pechino. Al millimetro“. Un lavoro ciclopico che è solo all’inizio. In prospettiva, però, potrebbe spalancare le porte a infinite applicazioni di navigazione e posizionamento. Davide sta già sognando le città digitali in 3D su tutti gli smartphone Android. Come dire, Stonex contro Google. Davide contro Golia, la sfida continua.

 

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OS: l’Europa è di Android

È l’Europa di Android. Con l’Italia che non fa eccezione. Anche la fine del 2013, dunque, sarà nel segno dell’OS di Google sui devices mobile, smartphone in modo particolare. Lo dice una recente analisi di Kantar Worldpanel ComTech, che racconta di come il sistema operativo di Mountain View copra praticamente il 71% del mercato mobile del Vecchio Continente, prendendo in considerazione in particolare UK, Germania, Francia, Italia e Spagna.

Apple, avversaria di sempre, nonostante i nuovi modelli di iPhone 5 presentati nei mesi scorsi, non va oltre una penetrazione globale del 40,8%. Minore a quella di Android, anche per effetto delle solite considerazioni: l’OS di Google gira su un numero di devices molto superiore rispetto a iOS, utilizzato invece nei soli smartphone e tablet della casa di Cupertino.

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Così in Italia

Android ha fatto registrare, nel Q3 del 2013, una penetrazione pari al 68,8%. L’aumento rispetto all’anno scorso supera l’11%. Non proprio roba da poco.

E poi c’è Windows Phone. Sì, proprio Windows Phone. Italia mercato anomalo, quantomeno singolare. Il sistema operativo made in Microsoft fa segnare il sorpasso ai danni di iOS: -8,8% per Apple, +4% di Windows Phone. Un aumento dovuto soprattutto alla partnership con Nokia, marchio da sempre fortissimo nel nostro paese e che, nonostante il costante calo delle vendite degli ultimi anni, ha tenuto bene nei confini del Belpaese. Windows Phone, allora, è il secondo OS per penetrazione in Italia.

Ora c’è la fine dell’anno, il Natale. Un periodo che ha la forza di cambiare gli equilibri e i numeri.

Anche se Android rimarrà in vetta, questo è certo.

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